Il caffè non è una bevanda. È un momento che mi tiene insieme
Ci sono rituali minuscoli che reggono intere giornate. Il mio ha il profumo del caffè.
Non parlo solo del bisogno di caffeina – quello arriva dopo, quasi come un effetto collaterale. Parlo del gesto. Dell’attesa. Di quei pochi minuti in cui il mondo rallenta abbastanza da lasciarmi respirare.
La giornata spesso comincia così: cucina ancora silenziosa, luce incerta, e il suono familiare della moka che si scalda. È un rumore che non disturba mai. Anzi, rassicura. So che tra poco arriverà quel borbottio sommesso, quasi timido, che annuncia che qualcosa di buono sta per succedere.
Poi c’è l’aroma. Non è solo “odore di caffè”. È calore, casa, concentrazione, memoria. È una promessa: ce la puoi fare anche oggi.
Versarlo nella tazzina è un gesto semplice, ma stranamente preciso. Il colore scuro, la superficie lucida, quel filo di vapore che sale piano. Il primo sorso è sempre diverso dal secondo. Più intenso, più deciso, quasi uno schiaffo gentile che dice: “Sveglia”.
Mi piace il caffè amaro, senza zucchero. Non per austerità o disciplina, ma perché mi piace sentirlo davvero. Le note tostate, quel leggero retrogusto che resta, la sensazione che non sia solo qualcosa da bere ma da attraversare.
Il caffè è pausa, ma anche partenza. È compagnia, ma anche solitudine scelta. È la scusa perfetta per fermarsi o per iniziare qualcosa.
Ci sono caffè lenti, bevuti leggendo o guardando fuori dalla finestra. E caffè veloci, quasi distratti, prima di uscire di corsa. Ci sono caffè che sanno di chiacchiere e risate, e altri che accompagnano pensieri più pesanti.
In ogni caso, c’è sempre una piccola magia: per qualche minuto tutto sembra più chiaro, più ordinato, più possibile.
Forse è solo abitudine. O forse il caffè è davvero quella parentesi quotidiana che ci ricorda che anche nei giorni più caotici possiamo ritagliarci un attimo tutto nostro.
So solo che senza, le mie mattine sarebbero più silenziose. E decisamente meno poetiche. ☕
