Il Vaso di Pandora

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Lo Scrigno di Pandora

Tra i segreti del Vaso di Pandora, esploro speranze, sogni e i misteri nascosti dell'animo umano

Mi sento in colpa, poi torno a galla

Sul senso di colpa breve, sull’essere Acquario e su quel modo strano di sentire tutto… ma non per troppo tempo.

3 febbraio.
Ho sempre pensato che il mio senso di colpa durasse troppo poco per essere considerato “vero”.

Ragazza che galleggia nell’acqua scura vista dall’alto, immagine simbolica di introspezione, senso di colpa e ritorno emotivo a galla.

Il mio senso di colpa non mette radici.

Ci sono cose che, dette ad alta voce, suonano peggio di come sono davvero.

Questa, per esempio:

quando faccio una cazzata, il senso di colpa mi arriva forte… ma mi passa in fretta.

E no, detta così non suona benissimo.
Sembra quasi freddezza.
Sembra menefreghismo.
Sembra una di quelle confessioni che ti fanno apparire peggio di quello che sei.

Eppure è vera.

Io il senso di colpa lo sento.
Lo sento eccome.

Solo che non ci so restare.

Mi sento in colpa. Ma non ci vivo dentro.

Quando sbaglio, non è che non mi accorgo di averlo fatto.

Anzi.

C’è sempre quel momento lucidissimo e scomodissimo in cui capisco perfettamente di aver detto troppo, fatto male, esagerato, ferito, reagito di impulso, o semplicemente gestito male qualcosa che avrei potuto gestire meglio.

E in quel momento il senso di colpa arriva tutto insieme.

Arriva nello stomaco.
Arriva nel silenzio che viene dopo.
Arriva in quella frase mentale che conosco fin troppo bene:

“ok, qui ho fatto una cazzata.”

Eppure, dopo un po’, si allenta.

Non perché io mi assolva subito.
Non perché non mi importi.
Ma perché, quasi automaticamente, torno a galla.

Il mio senso di colpa ha una scadenza breve

Per anni ho pensato che questa cosa dicesse qualcosa di brutto su di me.

Come se la durata del dolore fosse una misura del valore morale.
Come se, per essere davvero una persona coscienziosa, avessi dovuto soffrire di più, più a lungo, più profondamente.

Come se il rimorso dovesse per forza lasciarti addosso una specie di punizione.

Ma io non funziono così.

Il mio senso di colpa è intenso, sì.
Ma raramente è lungo.

È come una botta d’acqua gelida:
all’inizio ti blocca il respiro, ti prende tutto il corpo, ti fa sentire scoperta, nuda, vulnerabile.

Poi però succede qualcosa.

Il corpo si adatta.
La mente si riaccende.
Il panico si abbassa.
E io smetto di affondare.

Forse non sono fredda. Forse mi salvo in fretta.

C’è una differenza enorme tra non provare nulla e non restare troppo a lungo nel dolore.

E questa differenza, secondo me, viene capita pochissimo.

Perché da fuori è facile interpretare male chi si riprende in fretta.
Chi torna lucido troppo presto.
Chi non fa scenate, non si strugge per giorni, non si mette in croce davanti a tutti.

Da fuori può sembrare che non gliene freghi niente.

Ma a volte non è così.

A volte chi esce in fretta da certe emozioni lo fa proprio perché, se ci resta troppo, rischia di farsi male sul serio.

E io credo di essere una di quelle persone.

Non perché io sia più forte.
Non perché io sia più evoluta.
Ma perché il mio sistema interno ha imparato a non farmi annegare troppo a lungo.

Essere Acquario, per me, significa anche questo

Sono nata il 3 febbraio, quindi sì, sono Acquario.

E anche se non penso che il segno zodiacale possa spiegare una persona intera, ci sono certe sfumature in cui mi riconosco fin troppo.

Quel mix di:

  • intensità improvvisa
  • distanza emotiva selettiva
  • bisogno di respirare fuori dal dramma
  • testa che arriva sempre a “mettere ordine”
  • fastidio per tutto ciò che ristagna troppo a lungo dentro

E il senso di colpa, in fondo, è proprio una forma di ristagno.

Ti tiene lì.
Ti rallenta.
Ti costringe a stare in una versione di te che magari non vuoi guardare troppo da vicino.

Ti mette davanti ai tuoi errori senza filtri.

E per una persona che tende a pensare molto, analizzare molto, controllarsi molto, questa è una sensazione quasi insopportabile.

Quindi la mente interviene.

Sistematizza.
Ridimensiona.
Riorganizza.
Ti restituisce una forma.

E così succede che, anche quando hai sbagliato davvero, a un certo punto il tuo dolore smette di occupare tutto lo spazio.

“Il problema non è che mi passa.
Il problema è cosa faccio dopo.”

La verità più scomoda? A volte è anche una fuga.

Ed è qui che devo essere onesta.

Perché c’è un lato di questa cosa che trovo persino bello: la capacità di non farmi divorare dalle emozioni.

Ma c’è anche un lato più ambiguo.

Perché a volte il mio “mi è passato” non significa:
“ho davvero elaborato.”

A volte significa:
“sono riuscita a uscire da quella sensazione prima che mi consumasse.”

E non è esattamente la stessa cosa.

Perché ci sono volte in cui il senso di colpa si abbassa perché hai capito davvero.
E volte in cui si abbassa semplicemente perché il tuo cervello è molto bravo a proteggerti prima che tu guardi troppo a fondo.

E questa è una differenza enorme.

Una differenza che cambia tutto.

Non sempre chi soffre di più è migliore

Una delle cose che trovo più false in assoluto è questa idea per cui chi soffre di più sarebbe automaticamente più profondo, più empatico, più “giusto”.

Non è vero.

Ci sono persone che si sentono in colpa per giorni e poi non cambiano nulla.
Che si disperano, si colpevolizzano, fanno grandi monologhi interiori… e poi ripetono gli stessi identici errori.

E ci sono persone a cui il senso di colpa dura poco, ma che poi capiscono davvero.

Che si fermano.
Che riflettono.
Che imparano.
Che si spostano di un centimetro — e quel centimetro cambia tutto.

Quindi forse la domanda giusta non è:

“Quanto ci sei stata male?”

Ma piuttosto:

“Che cosa hai fatto con quella consapevolezza?”

Perché il dolore, da solo, non garantisce niente.
A volte è solo una forma più rumorosa di ego.

Forse non sono fatta male. Forse sono fatta così.

Per molto tempo ho vissuto questa parte di me come una mancanza.

Come se il fatto che il senso di colpa mi lasciasse in fretta fosse la prova che, da qualche parte, io fossi emotivamente difettosa.

Oggi non la vedo più così.

Oggi penso che alcune persone siano costruite per:

  • sentire intensamente
  • rompersi in silenzio
  • e rimettere insieme i pezzi molto prima di quanto gli altri si aspettino

Penso che alcune persone abbiano imparato presto a riemergere.

A respirare prima.
A smettere di affondare prima.
A non restare troppo a lungo in posti interiori da cui poi farebbero fatica a uscire.

E forse sì, a volte questo ci rende difficili da capire.

Ma non per forza ci rende vuote.

La verità più onesta che posso dire

La verità è che io il senso di colpa lo conosco bene.

Solo che non lo venero.

Non lo uso come prova della mia sensibilità.
Non lo coltivo per dimostrare qualcosa.
Non lo trasformo in una religione privata.

Lo sento.
Lo riconosco.
A volte mi piega.

Poi, quasi sempre, mi lascia.

E forse il lavoro vero, per me, non è imparare a soffrire di più.

Forse il lavoro vero è un altro:

imparare a essere responsabile anche quando ormai non mi fa più male.

E credo che la maturità inizi esattamente lì.

Non quando soffri di più.
Ma quando smetti di usare il dolore come unica prova del fatto che hai capito.

Conclusione

Io mi sento in colpa.
Poi torno a galla.

E forse non è superficialità.
Forse non è menefreghismo.
Forse non è cattiveria.

Forse è solo il mio modo — un po’ strano, un po’ Acquario, un po’ complicato, un po’ mio — di sopravvivere a me stessa.

Non è che non sento.
È che non affondo a lungo.

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